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    …E alla fine tutto finisce in uno spaces…

     

      Guardo con curiosità, quando ho tempo, i blog di amici e conoscenti che non vivono più in paese .

     Inesorabilmente mi imbatto in folti album fotografici intitolati: il mio paese.

    Dentro ci trovo immagini di verdi vallate, di ridenti montagne, di personaggi tipici e quant’altro.

    Insomma, ognuno si cimenta (con grande slancio artistico) nella rappresentazione di quello che ormai non ha più, e mi chiedo?

    Davvero l’equazione porta a questo risultato? Cioè un  paese da incorniciare in un blog, per poi magari farlo vedere a qualcuno che non sa nemmeno la differenza tra Irpinia e Napoli.

    Mi fermo a riflettere se questo fenomeno sia solo figlio dei nostri tempi telematici, o in realtà la tranquillità, l’aria buona e i bei paesaggi sono percepiti anche in città come gli unici beni che hanno conservato un vero valore.

    Tutti sono coinvolti nel “produci consuma crepa”, tutti costruiscono la carriera all’interno di organizzazioni produttive che li rendono infelici, perché costretti a essere efficienti e competitivi ad ogni costo.

    Guardie giurate agli ingressi, cartellini e marcatempo, firme di presenza, sofisticatissimi sistemi di conteggio per il calcolo dei recuperi, sono liturgie che consolidano questa grande messa in scena del potere.

    Milioni di manager si fingono ogni giorno sovraccarichi di lavoro, illusi di essere indispensabili per la propria azienda.

    E poi? Finito il lavoro?

    Il vero problema non è il lavoro, che circa si trova un po’ ovunque, ma è l’ozio, non si riesce più a capire come si debba impiegare il tempo libero.

    Il panico, il vuoto più totale, l’inutilità del tempo di svago crea sempre maggiore depressione, anche nelle persone più attive.

    Il paese a differenza della città dà maggior spazio all’ozio creativo, perché riesce a dare ancora una netta separazione tra il tempo lavorativo e il tempo dell’ozio.

    Il paese dà maggior spazio di riflessione, dà maggiore possibilità di essere protagonista del proprio spazio ricreativo, favorisce i rapporti umani e familiari.

    L’attuale rompicapo delle amministrazioni locali è fronteggiare la nuova emigrazione, i ragazzi che partono per studiare, non fanno più ritorno.

    La verità è che il problema non si risolve se non si riesce ad accettare una più modesta vita di paese.

    Seppur ci accorgiamo di star male nelle città, seppur riempiamo i nostri blog con patetici amarcord, arriviamo sempre al punto in cui la discussione tra amici si ferma sul: “Eh ma poi che fai in paese?”.

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