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La gente oltre la serranda Anche questa mattina la sveglia ha suonato alla solita ora; mentre apro la serranda del mio negozio di animali, mi ricordo, come ogni mattina, che devo farla aggiustare: arriva qua al solito punto e si inceppa, chissà quale giorno rimarrà completamente bloccata.
Entrando nel negozio saluto i miei due pappagalli, Palermo e Milano, chiamati così per rivendicare il diritto di unità d’Italia almeno per il mondo animale, e comincio la mia triste e sempre uguale vita di tutti i giorni. Accendo la radio, tiro fuori le gabbie degli uccellini insieme all’espositore di semi secchi: c’è né per tutti i tipi e tutti i gusti, dai semi di zucca dell’Appennino toscano, ai semi di girasole dal Marocco, fino alle mandorle della Tunisia, anche i pappagallini più esigenti possono trovare il giusto ristoro nel mio negozio. Dopo aver disposto tutti gli espositori e pulito tutte le gabbie, guardo l’agenda degli appuntamenti: alle dodici arriva la signora De Figis a fare la tolettatura al cane. Mio dio! Avevo dimenticato venisse oggi! Come al solito arriverà con il suo cane tristissimo e inizierà a parlare di suo figlio che non va bene a scuola…che sta sempre con il cellulare in mano…che anche a tavola non si ferma un secondo di usare il telefono…che lei è stata una “buona” madre, ma che i tempi sono cambiati…non ci sono più i valori, che ai suoi tempi c’era il rispetto e “bla bla bla”, una marea di cazzate. Prima gli comprano il telefono, poi per risparmiare gli fanno la tariffawww mi piaci tu con 6000 messaggi gratis al giorno e poi si lamentano che il figlio sta ventiquattro ore al giorno attaccato al telefono…Mah?!… meglio non pensarci. Dò un sospiro di rassegnazione, mi guardo intorno… Gabbie, vasche, voliere, cuccette, collari, catene, polvere dappertutto, giornali vecchi raccolti disordinatamente sul tavolo della toletta, la luce bassa per risparmiare disegna le ombre di Palermo e Milano sul muro ingiallito. La mia attrazione principale, il cobra reale indiano, al centro del negozio prepotentemente guarda tutto intorno a sè, con un aspetto cattivo mi osserva ricordandomi che è l’ora del pasto. Preparo il suo piatto preferito nel retrobottega: un impasto di carne di topo, frutta secca e latte in polvere. Con la solita siringa mi accingo a versarlo nella sua vasca di vetro, facendo molta attenzione e guardandomi bene dall’infastidirlo. Proprio mentre stavo sparando l’impasto, un forte boato mi fa spaventare; la serranda mal funzionante cade … si chiude all’improvviso …in uno scatto istintivo tiro la siringa velocemente dalla vasca di vetro, e, mentre indietreggio, inciampo tra le scatole e con il piede destro urto il tavolo dove poggia la vasca. In un secondo capisco che qualcosa di tremendo sta per accadere, la vasca si rompe ed il cobra reale indiano, sentendosi minacciato, azzanna due volte il mio piede… Sono a terra nel mio negozio, con la serranda chiusa e bloccata. Il cobra è libero tra le scatole del mio negozio ed il suo veleno ha iniziato a circolare nel sangue … Non ho paura di morire, spero solo che questo veleno arrivi al più presto al cuore … In fondo ci avevo sempre pensato: il caso ha solo fatto quello che non ho mai avuto il coraggio di fare. Inizio a guardarmi intorno. I prodotti sullo scaffale pieni di polvere , il vecchio orologio sul muro con il quadrante nero ed i numeri color oro mi ricordano il giorno in cui mio padre l’appese al muro…io ero piccolo, avevo 7 anni, come al solito non stavo con i miei amici ma ero lì al negozio a scoprire le mille meraviglie di un posto affascinante e pieno di vita che all’epoca amavo. Ricordo ancora il vecchio canarino Charlie, quanto ho pianto quando scappò dalla gabbia, successe tutto in un attimo, mentre gli mettevo i fiocchi di mais volò via, non mi ero mai sentito così solo come quel giorno, vedevo Charlie allontanarsi tra i palazzoni grigi, tra mille rumori, lo inseguii fino all’angolo di via della Marranella ma poi non ci fu più nulla da fare. Volò lontano, scomparve nell’aria leggera di marzo. Tutti giorni quando ritornavo da scuola passavo sempre lungo il parco lì vicino, pensavo tra me e me: ora lo vedo sul ramo di quell’albero che fischietta sereno e lui, appena mi vede, corre sulla mia spalla. Io gli avrei raccontato tutto quello che non c’eravamo detti in quei giorni che non eravamo stati insieme. Non ho mai più rivisto Charlie, voglio pensare che sia andato via in una città calda del Messico dove con altri canarini ha campato per tanti anni ingozzandosi con semi di zucca e molliche di pane lasciate dai turisti sulla strada che costeggia il mare. Ed è strano come le sensazioni che provo ripensando a Charlie sono uguali: lo stesso senso di abbandono, la stessa angoscia che, del resto, non mi hanno mai abbandonato da quel giorno. Credo che quello fu il momento in cui capii che non ero più un bambino, perché avevo assaporato per la prima volta l’amarezza dell’abbandono. Penso a come ci sono finito in questo puzzo di animali in questa via, tra questa gente che mi saluta con gentilezza e che mi racconta ciò che non voglio sapere: non voglio sapere quello che hanno fatto nelle vacanze, non voglio sapere delle vittorie a calcetto dei mariti cornuti, non voglio sapere nemmeno dell’ultimo tv color comprato al prezzo migliore. Più cerco di sparire tra la gente e più loro mi notano. Com’è strana la vita… Come mia madre che, preoccupata che ancora non ho una ragazza mi dice :<<esci, trovati una ragazza, sistemati che sei ancora giovane, più passa il tempo e più sarà difficile crearti una famiglia..>> Il problema non è l’età, io sono sempre stato vecchio… Ho trent’anni e mi sento vecchio, ero vecchio anche a 20 anni, quando preferivo starmene a casa a leggere piuttosto che uscire con gli amici. Mi ricordo i miei compagni classe, tutti avevano la ragazza, tutti andavano in giro con i vestiti firmati e gli occhiali all’ultima moda, tutti erano felici tranne io al primo banco. Ora qualcuno lo vedo ancora, soprattutto Michele. Dopo il liceo ha iniziato a lavorare nell’ufficio postale vicino casa mia, spesso ci vediamo e quando lui inizia a raccontare i fatti del liceo io lo blocco cambiando discorso, in fondo dopo tanti anni sto ancora male se penso a quel periodo. Sono l’unico della classe che, seppur abbia continuato a studiare all’università, non è riuscito a diventare un impiegato come loro. Del resto quello che sognavo era un semplice posto da subordinato in un ufficio qualunque, magari al ministero, senza nessuna responsabilità. Guardie giurate agli ingressi, cartellini e marcatempo, firme di presenza, sofisticatissimi sistemi di conteggio per il calcolo dei recuperi avrebbero riempito la mia vita da inutile impiegato. Anch’io avrei leccato il culo a quei manager che si fingono ogni giorno sovraccarichi di lavoro, illusi di essere indispensabili per la propria azienda. E poi, finito il lavoro, non sapendo come impiegare il tempo libero, sarei diventato anch’io un appassionato di cinema, di teatro, di arte, affollando le mostre d’arte contemporanea senza capire un cazzo. Sarei stato lo stesso depresso, ma avrei avuto tanto tempo libero per ricordarmelo. Mentre penso alla mia vita che sta per scivolare via dal mio corpo spalmato sul pavimento, sento le voci del quartiere… I rumori del carretto di Gino il fruttivendolo che suo figlio Riccardo usa per portar la spesa alle vecchiette. Sento la voce di Gino il barbiere, di Antonio l’americano e Ciro il giapponese, li chiamano così anche se Antonio è di Varese e Ciro è di Casoria; sento anche la voce di Robertino il figlio di Maddalena, ah !!! Maddalena…bella come una madonna, la vicina di palazzo più bella che ho mai avuto…quando ti passa accanto con i suoi vestitini floreali, con le tette al vento, lascia una scia di inebriante profumo che fanno impietrire e balbettare gli uomini del quartiere come robot metallici con l’intelligenza artificiale da rottamare. Potrei urlare e farmi sentire dalla mia gente, potrei farmi salvare. Ma mentre le parole scivolano lungo la gola, la mia bocca non si apre: tutti i muscoli sono fermi, comandati dal mio cervello che ha deciso di morire. Il giorno volge al termine, oltre la serranda le voci del quartiere si fanno flebili, i bambini non giocano più, rincasano sul richiamo delle madri dai balconi. Il cielo arrossisce le guance nel cuore dell’infinito nulla di cemento, i palazzi allineati come soldati osservano in silenzio. E lo sguardo della città che permea ogni angolo di quartiere,e quello sguardo che ti fa sentire straniero, anche tra la tua gente. La tua gente, quella del tuo quartiere, quella che hai imparato a conoscere, quella che hai osservato e che ti ha osservato,quella gente a cui hai detto buongiorno e buonasera, quella gente che ti ha visto rincasare ubriaco, quella che non ti ha mai visto con una donna, quella gente che ti ha giudicato per non avere partecipato alle attività proposte dal comitato civico, quella che ti ha portato fino alla depressione, quella gente che ha parlato di deriva della società, quella gente che parlato di crisi di valori, quella gente che ha creduto che i giovani fossero dei buoni a nulla, quella gente che dice che si stava meglio quando si stava peggio, quella stessa gente che non si è accorta che per tutto il giorno la serranda del negozio di animali è rimasta abbassata. di Marco Delli Gatti |
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